Disoccupazione, c'è un caso in cui non spetta la NASpI anche se si viene licenziati: "Fate attenzione"

Con il nuovo Collegato Lavoro, una pratica dei dipendenti, finalizzata a farsi licenziare, è stata equiparata alle dimissioni e, dunque, ha portato alla perdita del diritto all'indennità di disoccupazione o NASpI. Ecco di cosa si tratta.

La disoccupazione rappresenta uno dei momenti più delicati nella vita lavorativa di una persona, incidendo non solo sulla stabilità economica, ma anche sul benessere generale. In Italia, il sistema di welfare prevede strumenti di supporto per coloro che perdono involontariamente il proprio impiego. Tra questi, la NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego). Questa indennità è concepita per garantire un reddito temporaneo a chi si trova senza lavoro, sostenendone il reinserimento nel mercato del lavoro. La NASpI è rivolta ai lavoratori dipendenti che hanno perso il lavoro per cause indipendenti dalla loro volontà, come licenziamenti individuali o collettivi. Tra i requisiti principali per accedervi vi è la necessità di aver versato almeno 13 settimane di contributi nei quattro anni precedenti alla disoccupazione e aver lavorato almeno 30 giorni effettivi nei 12 mesi antecedenti la cessazione del rapporto di lavoro.

È esclusa, tuttavia, per i lavoratori autonomi e per coloro che si dimettono volontariamente, salvo i casi di dimissioni per giusta causa. Le dimissioni per giusta causa si verificano quando un lavoratore decide di interrompere il rapporto di lavoro a causa di un comportamento grave e colpevole del datore di lavoro o di condizioni lavorative insostenibili. In questi casi, le dimissioni non sono considerate volontarie, ma sono equiparate a un licenziamento. Tra le circostanze che possono configurare una giusta causa di dimissioni rientrano situazioni specifiche, come il mancato pagamento reiterato delle retribuzioni, che compromette la sopravvivenza economica del lavoratore. Anche comportamenti vessatori come mobbing, discriminazioni o molestie sul luogo di lavoro rientrano tra le ragioni legittime per interrompere il contratto.

Disoccupazione: ecco quando non spetta la NASpI, anche in seguito a un licenziamento

Negli altri casi, dunque, di norma, per avere diritto alla NASpI c'è bisogno di essere licenziati. Per questo motivo, negli ultimi anni si sono diffuse delle pratiche, da parte di lavoratori che hanno provato a farsi licenziare, per ottenere l'indennità, ad esempio assentandosi in maniera ingiustificata. Ebbene: recentemente, questa pratica è stata equiparata alle dimissioni e, dunque, non darà più diritto alla NASpI. Una nota esperta di diritto, l'avvocato Wanda Falco, lo ha spiegato in un suo recente contenuto sui social: l'esperta, in effetti, ha spiegato che, con l'approvazione in via definitiva del nuovo Collegato Lavoro, si è posto un freno importante a queste tipologie di pratiche.

Da ora in poi, infatti, in caso di assenze ingiustificate, protratte per un periodo superiore rispetto a quello previsto dal CCNL di riferimento o, in caso di assenza di un limite specifico, per un periodo superiore a 15 giorni, il datore di lavoro dovrà darne comunicazione all'Ispettorato Nazionale del Lavoro. A seguito della comunicazione, spiega l'esperta, il rapporto si intenderà risolto per volontà del lavoratore. Il licenziamento sarà, dunque, equiparato alle dimissioni volontarie e, per questo motivo, il lavoratore non avrà più diritto all'indennità di disoccupazione. L'avvocato ha concluso spiegando che, qualora il lavoratore, però, riesca a giustificare le assenze per causa di forza maggiore, o per colpe imputabili al datore di lavoro, riacquisterà il diritto alla NASpI.

Disoccupazione NASpI
Il licenziamento o le dimissioni di un dipendente.

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